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Democrazia recitativa, l’opinione del presidente Confartigianato Stefano Signori

14 Febbraio 2017

VITERBO – “I cittadini non sono più in grado di influenzare le scelte dei governanti. Con la crisi delle istituzioni, cresce il desiderio di uomini forti al comando, da noi ci sono solo gradassi. Da quando Donald Trump è stato eletto 45esimo presidente degli Stati Uniti, molti hanno iniziato a preoccuparsi dello stato di salute della democrazia. E il dibattito si è acceso anche in Italia con Beppe Grillo a sostenere la necessità di forti uomini di Stato e un sondaggio di Ipsos a evidenziale che a otto italiani su 10 piace l'idea”: così in una nota che riceviamo e pubblichiamo Stefano Signori, presidente Confartigianato Viterbo.
Signori prosegue così nel comunicato:

“Se riuscissimo a analizzare il rapporto tra leader ed elettori, non ci sarebbe nulla di cui sorprendersi visto che le istituzioni democratiche stanno vivendo una crisi prolungata da ormai 15 anni. Un rapporto ormai svuotato fra governanti e governati. La frase fatta del popolo in democrazia sempre sovrano suona come un luogo comune in cui diventa difficile crederci. Confartigianato ha il rinnovo degli organi e le sue rappresentatività scadenziate negli anni con regole fisse e ferree, sono momenti di sostanza, ma sereni quasi ludici, in cui regna la massima trasparenza e quindi massima serenità nel farlo senza influenze esterne. I nostri governanti, i nostri politici sono legati o influenzati da potentati esterni ai meccanismi democratici e distanti dal corpo elettorale. Una cosa mi è giunta curiosa, non riesco a vedere, come negli anni passati, le proteste di piazza come un qualcosa che i politici debbono temere, oggi una chiave di lettura nuova si è aggiunta. Non è più il politico, il capo, che deve temere la folla, sembra quasi che la folla debba essere messa in condizioni di temere il capo. Ci sembra opportuno provare a mettere ordine nella confusione. Comunque, non serve nemmeno la demonizzazione delle leadership, il problema piuttosto è che oggi siamo avviati verso quella che chiamo democrazia recitativa. I cittadini non sono più in grado di influenzare le scelte dei governanti. L'invocazione 'dell'uomo forte', segnala la carenza di una classe politica che affronta i problemi, ma se vengono a mancare le strutture in cui le persone sono educate alle scelte della politica, dove si sentono ascoltate e rappresentate, allora scatta il desiderio di trovare la scorciatoia e i politici spesso cavalcano questo desiderio. Nessuna sorpresa se otto italiani su 10 sono a favore dell'uomo forte. C'è da dire che un quesito così generico vuole dire tutto e niente: le riposte non possono spiegare cosa gli intervistati intendano. E la domanda sarebbe stata più precisa se avesse aggiunto all'uomo anche la donna forte. Ma non mi sono per nulla stupito perché il loro è un atteggiamento molto convenzionale in tempi di prolungata crisi della democrazia. È da 15 anni almeno che i ricercatori ne parlano, tutti gli studi nei Paesi occidentali mostrano una sfiducia crescente nelle istituzioni democratiche. In Italia la fiducia nei partiti non supera il 6%. Uno degli ultimi sondaggi dice che molti cittadini europei rinuncerebbero alla democrazia in nome della sicurezza. E' come se nella nostra associazione, la Confartigianato, venisse meno il senso di libertà di espressione, di rappresentatività, di autonomia di idee, in cambio di un garage sorvegliato. Insomma più che di voglia di uomo forte, siamo di fronte a una democrazia debole. Di questo si è cominciato a parlare dalla fine del secolo scorso, proprio da quando qualcuno ha dichiarato che la democrazia, crollati i regimi comunisti in Russia e in Europa orientale, aveva trionfato.  Oggi siamo avviati verso quella che chiamo democrazia recitativa: i cittadini non sono più in grado di influenzare davvero le scelte dei governanti. I partiti , coloro che dovevano essere i veicoli fondamentali della democrazia negli ultimi 100 anni, sono diventati friabili, al pari dei sindacati. Ma se vengono a mancare le strutture in cui le persone sono educate alle scelte della politica, dove si sentono ascoltate e rappresentate, allora scatta il desiderio di trovare la scorciatoia dell'uomo forte. Una scorciatoia pericolosa quella di credere che l'uomo forte sia la soluzione. Ma quando gli elettori si esprimono in questo modo, fanno emergere la carenza di una classe politica che affronta i problemi con soluzioni efficaci e risolutive e l’esigenza di governanti che abbiano queste capacità. Dire che la crisi economica acuisce il fenomeno, quindi, non è una banalità, non lo è affatto. Una democrazia diventa tanto più fragile quanto più grave è la crisi economica che la investe. Basti pensare  al Mezzogiorno, dove la disoccupazione giovanile raggiunge il 40%. È ovvio che quei giovani pensino che c'è una sola cosa da fare, ovvero risolvere il nodo gordiano del lavoro. E allora invocano il capo a governare, come se l'autorità fosse autorevolezza e la forza fosse capacità, pericolosissimo”.

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